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    Prima del monastero:
    le preesistenze sul sito e sul territorio.

    Il priorato di Castelletto viene fondato nel cuore dell’alta pianura vercellese, in un contesto ambientale che nel Medioevo vede la presenza di amplissime estensioni incolte, in larga misura sopravvissute nei secoli sino agli inizi dell’età contemporanea e peculiari dell’ecosistema della Baraggia vercellese e biellese. Già in antico questa zona è solcata da un’articolata rete viaria, nell’ambito della quale spiccano i percorsi Vercelli-Biellese paralleli al torrente Cervo, dai quali si staccano tracciati minori che si inoltrano nelle zone più interne all’altopiano baraggivo.
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    Prima del monastero:
    le preesistenze sul sito e sul territorio.

    Proprio sul margine occidentale di tale altopiano, costituito da una serie di terrazzi argillosi di origine diluviale, si colloca il sito su cui nel Medioevo sorge il monastero. In prossimità di quest’ultimo numerosi sono i ritrovamenti di reperti di età romana, effettuati nel corso del Novecento, grazie ai quali è possibile riconoscere a ridosso dell’area su cui venne costruito il complesso religioso una necropoli di età imperiale. Osservando le murature della chiesa di S. Pietro si nota l’uso frequente – anche nelle fasi di prima fondazione – di materiali lapidei e laterizi antichi riutilizzati. Queste testimonianze suggeriscono un quadro di presenze abitative precedenti l’arrivo dei monaci: presenze probabilmente caratterizzate da una certa strutturazione insediativa, ma che oggi solo a stento possiamo tentare di ricostruire.
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    La fondazione del monastero
    (fine XI secolo)

    La fondazione del monastero di Castelletto è intimamente legata, alle sue origini, alla politica di donazioni, e di successiva protezione, effettuata a partire dal XI secolo dai conti di Pombia, divenuti poi di Biandrate. La prima notizia di cui si dispone risale al 1092, quando un atto riguardante il priorato cluniacense di Cavaglietto Mediano (NO) fornisce la più antica menzione del centro religioso, mentre, nel 1095-1096 circa, una lettera inviata da Oberto conte del Canavese e Ardizzone, castellano di Castelletto, all’abate di Cluny, restituisce altre testimonianze, in particolare circa la difficile situazione creatasi nella cella (cellula monastica) di Castelletto ob seviciam prioris (a causa della malvagità del priore). Da questo documento si è anche al corrente della dipendenza di questa comunità monastica da Cluny, cui va probabilmente riferita anche la notizia, del 1083, della donazione al monastero borgognone di vari beni, tra cui quattro mansi in fundo Castellito, effettuata da Guido conte di Pombia, e confermata nel 1083.

    Seppure nel documento del 1095-96 non vi siano riferimenti alla presenza di strutture materiali, fin dalla carta del 1092 sembra di poter intravvedere la presenza della chiesa monastica e di parte del monastero. È tuttavia difficile stabilire in quale misura i settori più antichi delle strutture attuali possano o meno risalire a questa prima fase edilizia, sulla quale, in mancanza di dati archeologici dirimenti, si è soffermata l’attenzione di illustri storici dell’architettura quali Paolo Verzone e Arthur K. Porter
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    L’irrobustimento patrimoniale

    Nel corso del secolo XII il priorato si irrobustisce e incontra una prosperità – dovuta ad un’oculata gestione dell’ampia dotazione di beni connessa alla fondazione – che si concretizza nell’accrescimento del patrimonio monastico e nello sviluppo di sistemi economici imperniati sullo sfruttamento delle risorse offerte dal vasto bacino di incolti, dislocati tra pianura e montagna a costituire il nucleo di spicco delle sue proprietà. Un cospicuo nucleo di beni è sito in Valsesia, tra alta e media valle, costituito soprattutto da alpeggi e foreste che si possono particolarmente riferire alle pratiche della transumanza, stabilita tra la montagna e le piane vercellesi a ridosso del fiume Sesia – tra Gattinara e Quinto V.se – e del torrente Cervo, tra Castelletto, Gifflenga e Buronzo.

    È questo il momento in cui sorge buona parte delle strutture romaniche che ancora oggi si possono ammirare, legate da un lato ad un progressivo ampliarsi e strutturarsi degli spazi liturgici, dall’altro all’esigenza di far corrispondere alla potenza economica e religiosa raggiunta dall’ente un volto monumentale stilisticamente aggiornato e altamente rappresentativo. Dal punto di vista istituzionale il cenobio è preso sotto la protezione imperiale e pontificia, quest’ultima concretizzatasi nel 1141, ad opera di Innocenzo II, con l’assegnazione della chiesa di S. Pietro sita nel ricetto di Carpignano Sesia.
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    La crisi dell’istituzione e delle strutture

    A causa delle perdite che hanno pesantemente colpito l’archivio del Priorato le fonti scritte utili alla ricostruzione di queste fasi sono poche, ed estremamente scarne: solo a partire dalla seconda metà del XIII secolo le numerose visite priorali compiute con regolarità al monastero consentono di recuperare dati utili a ricostruire, almeno per grandi linee, le vicende della fondazione. Questa, a partire dal XIII secolo inoltrato, è caratterizzata da fasi alterne: le guerre che nel Trecento colpiscono il Vercellese costringono talvolta i monaci ad abbandonare il monastero per rifugiarsi nella dipendenza di Carpignano.

    Gravi sembrano essere le conseguenze sugli edifici: la documentazione scritta a più riprese ricorda il monastero come “distrutto e disabitato a causa delle guerre”, sebbene si debba evidenziare come non manchino momenti di ristabilimento e ripresa.
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    Da priorato a parrocchia

    Dal punto di vista istituzionale, come accade a molti monasteri contemporanei, questo momento di flessione e di crisi (anche patrimoniale) ha come esito l’istituzione della commenda, tra XV e XVI secolo. Nonostante ciò, in questo momento si collocano alcuni interventi decorativi ed architettonici di un certo rilievo, che impongono una rivalutazione delle esatte proporzioni della crisi bassomedievale del cenobio, dalla passata storiografia forse eccessivamente enfatizzata. Sfuggono purtroppo le dinamiche legate, in primis, alla trasformazione in commenda, ed in secondo luogo al venir meno della vita claustrale a Castelletto, evento collocabile con ogni probabilità nella prima metà del XVI, se già nel 1571, come si apprende dalle fonti scritte, gli abitanti di Castelletto non ricordano neppure a quale ordine appartenessero i monaci, evidentemente scomparsi da parecchio tempo dalla chiesa divenuta centro di cura d’anime. La figura del commendatario, sporadicamente evocata nella documentazione inerente le ex dipendenze monastiche o in occasione di liti e controversie giudiziarie, ma sostanzialmente assente dalla scena locale, e nei fatti estranea alla concreta gestione materiale del S. Pietro, scompare formalmente e definitivamente nel 1774, quando il priorato viene soppresso, ed i suoi redditi trasferiti alla mensa della nuova diocesi di Biella.
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in collaborazione con:
Parrocchia S.S. Pietro,
Paolo e Tommaso
in Castelletto Cervo
Dipartimento di Studi
Umanistici
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Orientale “Amedeo Avogadro”
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